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Costa Crociere salpa per Amburgo



Costa Crociere salpa per Amburgo

La notizia sta rimbalzando nelle rubriche di cronaca giudiziaria e nei TG nazionali. Il procuratore di Grosseto ha richiesto per il capitano Schettino una pena esemplare. Ventisei anni e tre mesi di carcere. La tragedia del Giglio si avvia ormai alla sua conclusione giudiziaria, ma il naufragio della Concordia ha segnato, non solo la sorte dei malcapitati naufraghi e del loro avventato capitano ma, irrimediabilmente, anche il destino di un grande brand italiano.

Le voci circolavano ormai da mesi, senza alcuna smentita ufficiale ed ora prende corpo in tutta la sua ineluttabilità, il nuovo scenario della crocieristica italiana.

Dopo 65 anni di storia italiana, Costa Crociere si appresta a salpare verso il porto di Amburgo e la prima compagnia di navigazione al mondo ad offrire un servizio crocieristico di svago, fondata da Angelo Costa, traghetterà tutta la sua italianità verso il freddo Mare del Nord.

Noi del Blog Turismo Uninform, vorremmo evitare ogni tono eccessivamente patetico nel divulgare una notizia, in fin dei conti, relativa alle normali dinamiche industriali ma è impossibile non essere sopraffatti dalla malinconia nel certificare la fine di un’era caratterizzata dalla indiscussa leadership del fumaiolo giallo nel comparto e nell’indotto crocieristico nazionale. Ma bando ai sentimentalismi e veniamo ai fatti.

Michael Thamm, ceo di Costa Crociere annuncerà ai 18mila dipendenti della compagnia di navigazione, dislocati per circa un migliaio nel quartier generale genovese in piazza Piccapietra e gli altri sulle 15 navi che compongono la flotta, inclusa l’ammiraglia Diadema varata a novembre e che solcano i sette mari in giro per il mondo intero, il trasferimento di un centinaio di dipendenti  da Genova  verso gli uffici di una neonata società ad Amburgo, creata dalla holding Carnival Plc, proprietaria di Costa dal 1997,per diventare la capofila tedesca di tutte le compagnie di navigazione europee appartenenti all’armatore americano e quindi la teutonica Aida Cruises, l’inglese P&O Cruises e la spagnola Ibero Cruceros.

La riorganizzazione aziendale della compagnia di navigazione genovese, che manterrà la sua sede legale in Italia e continuerà a battere la bandiera nazionale è, per la verità iniziata all’indomani del naufragio della Concordia, quando Thamm , presidente in carica dell’Aida Cruises, piccola compagnia con personale di bordo di sola lingua tedesca ed attiva nel mercato locale, fu mandato dai vertici di Carnival a sostituire, dopo 15 anni, l’ad storico di Costa, Pier Luigi Foschi, garante sino ad allora,dell’italianità del brand.

In quell’occasione si consumò infatti la rottura del patto non scritto tra l’acquirente americano e la politica italiana al momento dell’acquisizione del prestigioso marchio made in Italy che prevedeva,  per ragioni occupazionali del comparto crocieristico e dell’intero indotto, il mantenimento del management italiano e della sua autonomia rispetto al colosso statunitense. Certo il ministro dei trasporti di allora, Claudio Burlando, attuale governatore della Liguria, concesse in cambio privilegi fiscali alle compagnie di crociera nazionali che sono durati 15 anni, ma erano evidentemente, altri tempi.

Dopo il trasferimento dei primi 100 dipendenti italiani, si procederà al trasferimento di altre 400-500 unità e non tutti sicuramente accetteranno di trasferirsi in Germania con la scontata perdita del livello occupazionale attuale. Ma quello che più preoccupa molti osservatori è la perdita implicita dello spirito italiano della compagnia. Non a caso il management diCosta ha subito un radicale rinnovamento iniziato già con l’uscita dall’azienda del direttore generale, Gianni Onorato, approdato poi in Msc e considerato dagli addetti ai lavori una vera istituzione del panorama crocieristico italiano.

Insomma il quesito che noi della redazione del Blog Turismo Uninform, vorremmo porre in merito, ai nostri affezionati lettori è il seguente. La delocalizzazione di una grande azienda italiana costituisce l’ennesimo caso di depauperamento del patrimonio del made in Italy, la conferma di una crisi sistemica che coinvolge inevitabilmente ormai anche i settori , tradizionalmente forti della nostra economia ? Può essere considerata una sfida per le nuove generazioni di operatori turistici del Belpaese? Voi cosa ne pensate? Lasciate la vostra opinione o il vostro gradito commento.


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